Luigi Bartolini incisore: una mostra alla GNAM di Roma
La mostra Luigi Bartolini incisore rende omaggio a uno degli artisti marchigiani più complessi e interessanti del Novecento italiano, a sessant’anni dalla sua scomparsa. Fortemente voluta dalla figlia, Luciana Bartolini, che presiede l’Archivio Luigi Bartolini, la mostra è ospitata dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, dal 25 giugno al 1° settembre 2024, e segue le esposizioni a lui già dedicate recentemente a Macerata (Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi) e Urbino (Palazzo Ducale). Da un’idea di Vittorio Sgarbi, la mostra è curata da Alessandro Tosi, promossa dall’Archivio Luigi Bartolini, prodotta e organizzata da AMIA – Associazione Marchigiana Iniziative Artistiche, il sostegno della Fondazione Roma e il patrocinio della Fondazione Marche Cultura.
Luigi Bartolini (Cupramontana, 1892 – Roma, 1963) è stato uno dei più importanti incisori dello scorso secolo, inesauribile sperimentatore, poliedrico ed eclettico, è stato anche pittore e critico d’arte, scrittore di poesie e prose di notevole valore letterario, tra cui Ladri di biciclette – pubblicato per l’editore romano Polin nel 1946 – suo maggior capolavoro, reso immortale da Cesare Zavattini e Vittorio De Sica nella omonima pellicola vincitrice dell’Oscar nel 1948.
Artista presente al suo tempo, Bartolini divenne presto punto di riferimento per i giovani artisti e intellettuali a lui contemporanei. Fu sempre animato da un profondo tormento interiore e da una feroce tensione polemica nei confronti della realtà, che riflesse nei suoi lavori in uno stile estremamente poetico, ma inquieto, insistito e a volte brusco.
Attraverso l’osservazione delle sue suggestive acqueforti, l’esposizione alla GNAM vuole far luce sul punto centrale della riflessione bartoliniana, ossia il processo generativo dell’arte, considerato l’unico momento in cui è possibile il rivelarsi di una verità altra e più profonda, di cui l’artista cercò sempre di farsi portavoce.
“Ci vuole riflessione, meditazione lenta e partecipe, per capire un artista tanto solitario e tanto profondo, che, interpretandolo, non lascia il mondo come lo ha trovato. – dichiara Vittorio Sgarbi – Lo abbiamo rivisto nelle mostre che io ho voluto per lui, con l’amore della figlia Luciana, a Macerata, a Urbino, a Camerino, a Osimo. Le Marche gli hanno restituito quello che lui, nato a Cupramontana, ci ha dato, interpretandole nella loro profonda spiritualità. In quelle terre e’ il suo spirito. – prosegue – Ora, a Roma, la città dove ha lavorato e vissuto, si rivedono finalmente le sue incisioni nella sede più propizia, la Galleria nazionale d’arte moderna”.
LA MOSTRA Bartolini incisore
Attraverso l’esposizione di circa 100 opere tra incisioni, (acqueforti, acquetinte, puntesecche) documenti inediti e fotografie, opere letterarie, la mostra celebra a Roma la ricorrenza della scomparsa dell’artista; una città a lui cara, dove frequentò l’Accademia di Belle Arti e l’Accademia di Spagna e, in seguito, scelse di lavorare e risiedere stabilmente, dopo aver ricevuto una cattedra presso il Regio Museo Artistico Industriale nel 1938. Le affascinanti acqueforti in mostra, – di cui fanno parte della collezione della GNAM i lavori Martin pescatore (1935), Ragazza alla finestra (1929) e Il grillo domestico (1926) – permettono di ammirare da vicino l’unicità e la qualità del tratto del maestro marchigiano, profondamente appassionato al suo lavoro, tanto da dichiarare di preferire l’incisione alla pittura, perché capace di resistere di più al passare del tempo. Scrive nel Polemico (Vallecchi, Firenze, 1959): “Una lastra si può ristampare anche dopo cento anni; e, se lo merita, anche dopo mille. La matrice (la lastra) resta sempre. Cosicché l’acquaforte, che non si stampa che sulla carta, e che perciò potrebbe sembrare arte caduca, friabile, ‘pezzo di carta’ è, invece, l’arte che può, per secoli e secoli, dare testimonianza della sua intatta vitalità: mentre la pittura (il quadro) tramonta e volge verso la sua notte come una bella giornata d’estate troppo bella perché possa durare eterna”.
Queste parole sono esempio delle moltissime dichiarazioni che Bartolini ha lasciato di sé stesso e sulla sua arte, aiutando la comprensione della costruzione dell’immagine che l’artista desiderava lasciare: un “ottimista innamorato di tutto conoscere” che tradusse il suo pensiero entro una vastissima varietà di soggetti e narrazioni, osservati con lo sguardo del viandante girovago – il solo capace di portare a quell’ineffabile ebrezza panica e lucidità angelica attraverso cui ogni emozione può essere trasferita sulle lastre e resa estremamente suggestiva dall’uso magistrale di un chiaroscuro in cui il buio esalta la trama dei sensi e la luce definisce i volumi e le forme.
Al di là della sensazionale capacità tecnica, però, le opere di Bartolini si caratterizzano per il loro valore medianico, che trova punto focale nell’idea dell’origine angelica del processo creativo. Quello dell’artista è uno sguardo panico, una trance dionisiaca capace di portare a visioni di incredibile chiarezza, fino a raggiungere il segreto ultimo delle cose. Da qui la frenesia del gesto incisorio bartoliniano, volto a fermare sulla lastra il suo punto di vista privilegiato, per poterlo condividere con gli amatori delle sue buone acqueforti.
Esemplari di questo processo sono La buona notte del 1936 (Roma, Collezione Archivio Luigi Bartolini) e Le piante grasse del 1935 (Livorno, Collezione Paolo Bassano). Quest’ultima fu da subito riconosciuta come opera di grande valore per la sua pienezza narrativa: ognuno dei suoi elementi è a sé stante, senza funzione compositiva, eppure è legato agli altri dalle sensazioni che è in grado di evocare, creando così un percorso e una storia.
Si riassume in questa volontà di racconto molta della poetica dell’artista: i paesaggi marchigiani fatti di boschi, campagne e fonti a cui attingono giovani fanciulle, al pari delle serie di animali, conchiglie – di cui è un meraviglioso esempio La fragile conchiglia del 1936 (Roma, Collezione Archivio Luigi Bartolini) – e piante che segnano la produzione bartoliniana, non sono altro che porte verso una realtà più vera e piena, che si sente l’urgenza di recuperare.
L’arte diventa quindi un gesto assoluto, una vera e propria esigenza che non tiene conto del medium attraverso cui si dichiara. Un processo, questo, in cui Bartolini riesce grazie alla sua sconvolgente eloquenza. Il segreto delle cose non si cela mai davvero, portando l’artista a imbattersi irrimediabilmente in delusioni e malinconie che si traducono in uno stato d’animo inquieto, disperato e furioso, come le sue incisioni anticlassiche e le sue prose insofferenti.
Il continuo oscillare fra entusiasmi e crolli, parte della natura di Bartolini, è evidente ne I sogni abortiscono del 1926, l’acquaforte con cui l’artista partecipò all’esposizione di Belle Arti organizzata a Roma dalla Società degli amatori e cultori al Palazzo delle Esposizioni, nel 1927. In essa è rappresentato un feto sotto formalina, con un occhio aperto che sembra guardare i suoi osservatori con rabbia, lasciandoli turbati e increduli. È questa l’immagine della delusione, vista come una condizione dello spirito che accompagna l’essere umano lungo tutta la sua dolorosa esistenza, slegata da fatti specifici e dovuta a una perpetua incompiutezza, a una condizione sempre embrionale.
Se le acqueforti di Bartolini richiamano l’attenzione al gesto creativo, è perché questo è l’unico onesto e inestinguibile. Un invito esplicitato dallo stesso artista che nel 1932, in Agli amatori delle mie acqueforti, annota: “Sfido tutti i sedentari della pittura a fare come me: correre giorni intieri forsennatamente dietro a un sogno che sì o no al terzo giorno riesco a ritrovare e a fermare sulla lastra mediante linee che sembrano tremolii guizzi di un sismografo: che sembrano un linguaggio telegrafico ma nel quale gli amatori sanno che non è discaro mettersi a leggere”.
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